Questi racconti, ambientati in un lontano passato molto precedente alla nascita di Cristo, sono volutamente lasciati in un tempo che lascia spazio all'interpretazione del lettore.

L'insieme delle storie e colui che le narra sono essi stessi un simbolo.
I protagonisti sono due: l'Oracolo e il Re.
La situazione appare paradossale, ma in realtà è assolutamente logica per quell'antica cultura.
Il Re, uomo di potere e di intelligenza, è l'unico che ha accesso all'Oracolo, una sacerdotessa cieca, che ha capacità di osservare a fondo gli stati d'animo e dare consigli, ma mai predire il futuro. Il Re può fare domande, chiedere consigli sulla situazione in atto e sulla sua stessa vita, ma l'oracolo risponde solo se ritiene opportuno farlo e da i suoi suggerimenti, preferibilmente, raccontando una parabola.
Da questa II Re trae le conclusioni, attraverso riflessioni, che sono sempre indirizzate alla capacità reale di fare che è nelle possibilità degli esseri umani.

L'intento di questi racconti non è quello di creare un testo oracolare fine a se stesso, ma di dare vita ad un passaggio di informazioni, per innescare un processo virtuoso di osservazione, riflessione ed elabo­razione di noi stessi e della realtà in cui stiamo vivendo.

L’Oracolo torna a vivere attraverso il racconto e dà, nella sia pure apparente staticità dell’indicazione, uno stimolo profondo all’elaborazione dell’insieme, nell’istantanea riservata e personale del lettore.

Il racconto dell’Oracolo è come un quadro d’insieme, ove trovare collegamenti e riflessioni. Ogni racconto è preceduto da una breve introduzione di preparazione e seguito da una parte conclusiva, che si collega all’introduzione e sembra delimitare e focalizzare la storia. Pur nelle molteplici vie d’interpretazione o riflessione, l’indicazione di questi racconti sembra dare una risposta evolutiva univoca per tutti i lettori. In questo senso, il libro sembra adattarsi perfettamente all’unicità propria di ciascuno. E’ possibile trarre spunti di comprensione indipendenti dalla condizione del presente in cui lo si legge e questo è possibile perché, oltre alla base razionale, il libro sconfina, attraverso simboli ed archetipi, in un universo intuitivo ed emozionale che ognuno di noi legge individualmente.

Ad ogni racconto segue la Riflessione del Re il tono cambia, è all’apparenza più razionale; a volte può sembrare che manchino collegamenti diretti con la storia, oppure che i brani siano gettati nel libro a caso. In realtà, un lettore attento troverà il filo che unisce la narrazione e le riflessioni. Le Riflessione del re non sono sentenze, pur appartenendo alla tradizione classica delle Antiche Scuole Filosofiche: sono spunti di riflessione e di critica costruttiva, non sono riferite al racconto in sé, ma alla situazione generale inquadrata dalla storia.

La riflessione conseguente del Re, fatta dopo avere ascoltato il racconto ed essersi allontanato dall’Oracolo, è l’intuizione di colui che ascolta. Il Re diviene il simbolo della capacità dell’uomo di sviluppare la propria comprensione attraverso l’udire, l’osservare e l’essere presente. In questo modo egli è in grado di utilizzare le informazioni ricevute collegandole tra loro a formare una realtà ricca, sin nei minimi dettagli. Il Re è quindi simbolo dell’uomo che cresce, dell’uomo responsabile, perché comprende che le azioni determinano comunque conseguenze.

In ultima analisi, è sempre il lettore che deve interpretare la risposta dell’Oracolo. Essa si interpreta in base alle informazioni, alle immagini in essa contenute, ma soprattutto in relazione ai collegamenti che il lettore, attraverso la propria coscienza, è in grado di formulare in quel preciso momento. E’ molto importante considerare, quindi, le Riflessione del re come un ulteriore spunto costruttivo. Egli esprime la sua comprensione delle cose e della vita, un punto di vista non di una realtà diversa, bensì di una qualità e di una profondità differenti.

E’ altresì importante non ricadere in vecchi cliché, che identificano il racconto dell’Oracolo con la capacità di un indovino di predire il futuro. Un tale approccio escluderebbe la capacità di ogni singolo individuo di vedere e di elaborare il proprio destino e le proprie scelte e si tradurrebbe nell’atteggiamento passivo di un uomo che giace supino di fronte agli eventi, come se il destino fosse un libro già scritto da altri e inamovibile, sempre un passo avanti a chi lo vive.

Nel brano che segue, Osho Rajneesh parla di chi consulta oracoli e indovini, testi scritti o altro.
“ …non arriverai a vederci che la tua immagine, il riflesso del tuo inconscio. Tutti questi metodi non sono che degli specchi, riflettono l’inconscio dell’interrogante; non ti danno niente di nuovo, si limitano a riflettere la tua immagine. Ma tu non ti conosci: perciò ti sembra di venire a sapere qualcosa per mezzo loro.” (Tao, ed. Re nudo, 1980)
L’intento di questi racconti non è quello di creare un testo oracolare fine a se stesso, ma di dare vita ad un passaggio di informazioni, per innescare un processo virtuoso di osservazione, riflessione ed elaborazione di noi stessi e della realtà in cui stiamo vivendo.

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Un linguaggio adatto allo sviluppo della capacità di comprendere

I miti e i simboli costituiscono un linguaggio particolarmente adatto allo sviluppo interiore dell’Uomo. Uno sviluppo che non può essere solamente intellettuale, ma che ha bisogno comunque di una base sensibile ed emozionale per nutrire la comprensione interiore.

Ogni espressione, ogni formulazione, può essere considerata un simbolo del pensiero e, da questo punto di vista, il linguaggio stesso è simbolico. Nella nostra società, dedita alla comunicazione globale ed invasiva, si è persa quella comunione tra parola e simbolo, tra emozione e intelligenza intuitiva, dove per intelligenza intuitiva si intende un approccio superiore al ragionamento, che dovrebbe essere proprio di un linguaggio significativo. E questa è una comunicazione sintetica, veloce e potente. Un esempio di semplice comprensione è la fiaba, uno strumento prezioso di comunicazione apprezzato dalle menti giovani, che fresche di emozioni e sensazioni sanno cogliere significati che vanno oltre l’interpretazione intellettuale o morale data dagli adulti.

Rendendosi conto dell’imperfezione e della debolezza del linguaggio ordinario, gli uomini, che in antichità conoscevano l’idea di coscienza oggettiva, cercarono di esprimersi sotto forma di miti, di simboli, di aforismi e di racconti che, se trasmessi senza alterazione, erano capaci di tramandare informazioni da una Scuola di pensiero all’altra, sovente da un’epoca all’altra.
In antichità, lo scopo dei miti e dei simboli era di far giungere informazioni ad un livello più alto, sorpassando la normale capacità razionale del centro intellettuale, usando le emozioni e il sentire. Andare dal cuore alla mente, invece che dalla mente al cuore.

Questo tipo di trasmissione delle informazioni otteneva due risultati contemporaneamente: il primo, sviluppare un certo grado di conoscenza oggettiva; il secondo, aumentare la capacità di comprensione. Non un semplice travaso di nozioni e conoscenze, ma un arricchimento costante ed esponenziale, in moda da formare un uomo capace di ascoltare e comprendere.

E’ relativamente recente l’uso della scrittura come noi la conosciamo e il conseguente immagazzinamento delle informazioni. Per migliaia di anni i testi fondamentali sono stati quelli religiosi, passati dalla tradizione orale a quella scritta, con continui ed inevitabili cambiamenti nelle successive trascrizioni e traduzioni. Oggi, la comunicazione, che sembra aver raggiunto livelli elevatissimi di precisione, in realtà manca di una parte fondamentale per la comprensione reale: il passaggio emozionale. Qualcuno può obiettare che un testo di fisica, matematica o astronomia, non può essere letto emozionalmente. Forse occorre riflettere un attimo su una tale affermazione. Le informazioni stesse che quei testi contengono, sono stimoli che lasciano aperta la capacità di connessione e di interpretazione e sviluppano la capacità evolutiva propria dell’essere umano.

“La nostra scienza comunque è basata sulla causalità, e quest’ultima è considerata verità assiomatica. Ciò che la Critica della Ragion Pura non ha saputo fare, è stato tuttavia compiuto dalla fisica moderna, vale a dire la messa in dubbio dell’assioma della causalità: noi ora sappiamo che tutte le leggi di natura non sono altro che delle verità statistiche, costrette perciò ad ammettere delle eccezioni. Non abbiamo sufficientemente tenuto conto del fatto che, per dimostrare la validità invariabile delle leggi di natura, abbiamo implicitamente bisogno del laboratorio con le sue incisive restrizioni. Lasciando che la natura faccia da sé scorgiamo un quadro ben differente, ogni processo subisce delle interferenze parziali o anche totali da parte del caso….” (C.G. Jung, Prefazione alla traduzione inglese dell’ I King)

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La visione dell’Oracolo

L’Oracolo di Delfi, quando fu consultato dal Re Creso, disse che se egli avesse attraversato il fiume Halys avrebbe abbattuto un grande regno.
Fu solo dopo averlo attraversato ed essere stato completamente sconfitto in battaglia, che Creso scoprì che il regno indicato dall’Oracolo era il suo.

L’Oracolo non prevede il futuro, non vede il passato. L’Oracolo fa un’istantanea del presente e la fa, apparentemente, in modo casuale; ma spesso, nel presente, sono celati i semi del futuro. Il numero delle variabili è talmente alto da non poter essere decodificato solo con l’uso della ragione. Occorre trascendere il fenomeno per entrare nel noumeno, come lo definisce Kant. In altre parole, il racconto oracolare è un’immagine, talvolta semplice talvolta ricca di sfumature; uno spunto di osservazione che offre la possibilità di “vedere”.

Jung definisce questi momenti “sincronicità”; egli considera la sincronicità qualcosa di più della semplice causa-effetto: considera il nostro universo e gli eventi un’unità, non solo materiale, ma psico-fisica.
“Mi ha sempre colpito il fatto che un numero sorprendentemente elevato di individui non facciano uso della mente se possono farne a meno e che un numero equivalente di essi usino la mente in un modo sorprendentemente stupido. lo fui altresì sorpreso dal fatto che molte persone intelligenti e aperte vivessero, almeno nella misura in cui era possibile rilevarlo, come se non avessero mai appreso l'uso dei loro organi sensoriali: non vedevano le cose più evidenti, non udivano le parole che risuonavano loro negli orecchi, o non percepivano ciò che toccavano o gustavano. Alcuni di loro vivevano senza esser consapevoli della condizione del loro corpo. C'erano poi altri che davano l'impressione di vivere in una curiosissima condizione di coscienza, come se lo stato in cui si trovavano attualmente dovesse essere definitivo, senza alcuna possibilità di cambiamento, o come se il mondo e la psiche fossero statici e immutabili per sempre. Essi sembravano privi di ogni immaginazione e sensibili, in maniera totale ed esclusiva, alla percezione dei sensi. Nel loro mondo non esistevano fattori causali o possibilità e nel loro “oggi” non era presupposto nessun effettivo “domani”. Per essi il futuro era una semplice ripetizione del passato”. (C.G. Jung, L’uomo e i suoi simboli, edizioni TEA 1991)

Una storia o un racconto, divengono vivi e vibranti quando c’è dietro coscienza, comprensione. In questo modo si comunica ad un livello diverso: attraverso il cuore. Certo, non è sufficiente vi sia l’Oracolo che parla, è necessario ed indispensabile che vi sia colui che ascolta.

Nella cosiddetta condizione ordinaria dell’Uomo non è così scontato che colui che ascolta sia in grado di farlo. Spesso ascoltare, nel senso di percepire l’insieme delle informazioni interiori ed esteriori, avendo coscienza di sé, inizia dopo un lungo processo esperienziale di vita. In ogni caso, questo stato di ascolto è quasi sempre sinonimo di intelligenza viva e non egoica, di disponibilità alla vita ed ai suoi insegnamenti.

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Il potere della parola

Sino ad oggi, la ricerca scientifica non ha ancora determinato chiaramente il rapporto esistente fra mente e corpo; e ancor meno è riuscita a definire la parola coscienza o coscienza di sé.
Esistono già moltissime ricerche fatte, alcune anche apparentemente bizzarre, nei più svariati campi: dalla psiconeuroimmunologia alla neuro-endocrinologia, dalla genetica molecolare alla neuro-biologia, dalla memoria e l’apprendimento alla robotica. Queste e molte altre ci porteranno in tempi brevi alla dimostrazione scientifica che esiste una chiara interazione tra mente e corpo, il che ci condurrà, inevitabilmente, alla coscienza, all’osservazione ancor più evidente di come la nostra essenza profonda non sia disgiunta dalla chimica del nostro sistema psicofisico.

Dice, a questo proposito, Ernest L. Rossi, uno dei maggiori ipnoterapeuti americani:
“Sappiamo ad esempio, che in particolari condizioni, con le induzioni adatte il sistema limbico-ipotalamico del cervello trasforma i messaggi neurali della mente in molecole messaggere neuro-ormonali del corpo. Questo significa stimolare il sistema endocrino a produrre ormoni steroidi con reazione di modulare l’espressione dei geni. Questi geni allora stimolano le cellule a produrre le varie molecole che regoleranno il metabolismo, la crescita, il livello di attività, la sessualità e la reazione del sistema immunitario nella malattia e nello stato di salute.” (Ernest L. Rossi, The psychobiology of mind-bodhy healing, Ed. W.W. Norton & Co., New York 1986)

Le parole, dunque, acquistano un potere diverso da quello che siamo abituati ad attribuire loro: possono modificare la nostra coscienza, possono portare ad un’evoluzione interiore, a migliorarci e, perché no, anche a stare bene. L’origine di questa scienza è sepolta nella notte dei tempi, ma è ancora oggi attuale e potente. Il racconto terapeutico, i simboli che muovono dentro di noi energie profonde, individuali e collettive fanno parte della realtà della nostra esistenza di esseri umani.

Le prime parole del Vangelo di San Giovanni sono: “In principio era il verbo“. Il Verbo, il Logos, non è solo parola, è molto di più: è la Creazione che si esprime attraverso… il Verbo è potere, nasce dal principio originante di tutte le cose, è la manifestazione esteriore del Pensiero. Ancora Jung, in una frase detta pochi anni prima della sua morte:
“Una parola, o un’immagine è simbolica quando implica qualcosa che sta al di là del suo significato ovvio e immediato. Essa possiede un aspetto più ampio, inconscio, che non è mai definito con precisione o compiutamente spiegato. Né si può sperare di definirlo o spiegarlo. Quando la mente esplora il simbolo, essa viene portata a contatto con idee che vanno al di là delle capacità razionali” (C. G. Jung, Man and his Symbols, , Ed. Aldus Books Limited, London 1967)

La parola è quindi molto più che una semplice reazione a stimoli esterni: è creazione, è condivisione con altri, ma ancor di più con se stessi; diviene la maniera per passare dallo stato di pensiero allo stato concreto, che si avvia verso l’azione. E’ chiaro quindi, che se dietro la parola esiste la coscienza di se stessi, la parola diviene viva, variabile, mutabile ed adattabile, espressione della propria intelligenza. Diviene la possibilità di vedere il limite e quindi di superarlo continuamente: diviene potere di “fare”.

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