Dimmi: che cos’è la morte?

Tanta acqua nel fiume scorre e arriva alla foce, per tornare poi alla sorgente e per scorrere di nuovo lungo il fiume, verso il mare. Ma l’acqua non è mai la stessa acqua, anche se contiene in sé tutte le acque passate negli antichi fiumi. Ricordalo, o mio Re.

In una città sulle rive del Grande Fiume, molti e molti anni fa, in un tempo perso nel tempo, viveva un uomo che aveva fama di essere un grande Padre. Egli aveva tanti discepoli, ma un ragazzino, sveglio di occhi e di cuore, era il suo preferito.
Un giorno, questo fanciullo andò dal saggio e gli chiese: “Araun, dimmi, che cos’è la morte?”
Il saggio tacque.
Il giorno dopo il fanciullo tornò da lui e gli fece la stessa domanda e lui ancora tacque.
Il terzo giorno ancora la stessa cosa. Quando al quarto si presentò al suo cospetto, egli disse: “Che vuoi, mio amato discepolo, sei tu pronto a morire? L’unico modo per conoscere la morte è quello. Se vuoi comunque vederla da lontano, vai dove la morte sta per arrivare e guarda con i tuoi occhi”
E così il fanciullo cominciò a cercare case in cui qualcuno stava morendo e cominciò ad andare in quelle case, a sentire quello che accadeva.
Andò nella prima casa, dove c’era un uomo che diceva: “So che sto per morire e attenderò qui la morte; la vita non mi ha sconfitto e nemmeno la morte lo farà. Io non ho paura” e mentre diceva questo, il suo corpo si dibatteva nel dolore. E morì tremando dopo poco tempo.
E così il fanciullo andò in un’altra casa dove, invece, vide un uomo terrorizzato che non voleva morire, che non accettava l’inevitabile fine della sua vita. E parlava del suo futuro, di quello che avrebbe fatto dopo un mese, dopo un anno, in quel tempo in cui lui non sarebbe più stato. Anche questo morì e il fanciullo andò in un’altra casa. E qui trovò un uomo che aveva paura, terrore del dolore, paura di tutto. Quello che chiedeva alla sua donna era solo bere, bere tanto vino per non vedere più, per non guardare più, per non sentire più.
Il fanciullo ritornò dal maestro e gli disse: “Maestro, ho visto che la morte è una cosa orribile”. E il Maestro gli disse: ”Tu hai visto la morte degli altri, ma ricorda: la tua vita determinerà la tua morte”.
Il fanciullo si allontanò e cominciò a camminare tranquillamente per una strada. Passò un carro: il giovane fu preso sotto le ruote del carro e si ritrovò sulla strada, dolorante, in fin di vita.
E così, nella sofferenza, si accorse che, anche se così presto, il suo tempo stava giungendo al termine e la prima cosa a cui pensò fu come erano morte le tre persone che lui aveva visto terminare la propria vita. E continuò a pensare; poi, a un certo punto, il dolore fu fortissimo e a lui accadde qualcosa, come se il corpo in un attimo fosse vivo e vibrante. Aprì gli occhi e disse: “Io non so come sono state quelle morti, non so come sarà la mia. Io sento dolore, sento paura, ma voglio che i miei occhi siano aperti davanti alla morte. Questo è ciò che mi sta accadendo. Voglio guardare la mia morte fino in fondo.”
E si narra che morì con gli occhi del viso e del cuore aperti e fino a che il soffio della vita non lasciò il suo corpo, quegli occhi rimasero aperti.
Molte e molte acque corsero nel Grande Fiume per molti e molti anni dopo. Poi si narra che un giorno, in una città molto lontana da quella in cui vivevano il Maestro e il giovane fanciullo suo discepolo, nascesse un bimbo. Questo bimbo, appena venuto alla luce, invece di piangere, rise. E aveva gli occhi completamente aperti.

L’acqua sotto i ponti è diversa, l’acqua che bagna le rive è sempre diversa, ma l’acqua che va dentro il mare è molto simile all’acqua che torna a sgorgare dalla sorgente, anche se non sempre ce ne accorgiamo.
Ricordalo, o mio Re: ogni uomo che lascia la sua forza vitale e la lascia con occhi e cuore aperti, quando la grande ruota tornerà a dargli un’altra forza vitale, avrà ancora quegli occhi e quel cuore aperti. E poi sta a lui non chiuderli. Ricorda questo, o mio Re.

 

Riflessione del Re

In ogni cambiamento esistono due forze che agiscono all’apparenza in contrapposizione. In realtà, una fa parte dell’altra. Il loro rapporto è talmente stretto da non poter esistere l’una in assenza dell’altra. è saggio comprendere che la preponderanza di una sull’altra non è mai definitiva, che fa parte di un continuo processo di cambiamento.
Quando ci si rende conto di essere nel processo inarrestabile del Grande Mutare, anche i fatti che ci coinvolgono profondamente e dolorosamente devono essere affrontati a mente libera, senza aspettative né sensi di colpa. Questo è fondamentale per avere chiarezza in sé, per essere pronti al mutamento, rimanendo comunque centrati nella propria presenza.
Non si cerca la sofferenza o, ancor peggio, la morte per mettersi alla prova; non è quella la prova necessaria: essa fa già parte di ciò che ci può accadere. è necessario, altresì, investire energie nel diventare interiormente solidi. In questi gravi frangenti è fondamentale essere presenti e arrendersi al tempo stesso: questo è un esercizio che si può imparare solo vivendo.
La preparazione al cambiamento non è quindi la ricerca della sofferenza e non è inevitabilmente necessario soffrire per cambiare. La preparazione consiste nell’allenare memoria e comprensione, perché assieme agiscano sulle tue scelte. Occorre investire energie nel giusto atteggiamento interiore, per eliminare la paura verso il cambiamento e la novità che sta per arrivare.
La morte è come una lente che ingrandisce: essa ingrandisce l’essenza della tua vita. Se hai vissuto una vita nella paura, quello che risalterà sarà la paura; se hai vissuto una vita lontano da te stesso, assente, quello che risalterà sarà la tua assenza; se hai vissuto una vita nel sogno e nelle illusioni, quello che risalterà sarà il sogno.
Se però hai investito la tua vita in verità intrinseche che tu sai riconoscere per te stesso, allora il cambiamento può essere motivo di avanzamento e progresso interiore.
L’uomo automatico è convinto di scegliere; in realtà, se trova un ostacolo verso l’alto, egli si rivolge al basso. Se l’attrito e le condizioni della vita diventano difficili, non è sempre saggio seguire la via del minor attrito, la via che si para inevitabilmente davanti. è importante affacciarsi sull’orlo del pozzo e, scrutando verso il basso, distinguere l’automatismo dalla presenza a se stessi. In altre parole, distinguere ciò che tu davvero vuoi, da ciò che le condizioni esterne sembrano importi.
Talvolta, in condizioni particolari, gli uomini si rendono conto della propria meccanicità. Allora possono comprendere che, inevitabilmente, alcune cose scompaiono, ma ve ne sono alcune che restano. Questo restare, se viene riconosciuto, diviene fonte inesauribile di energie vitali.

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